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LA RISOLUZIONE DEL TEOREMA
         -IMPERFEZIONISMO

«Ogni teorema nasce da un errore che ha avuto il coraggio di esistere.»

Un libro nato dal bisogno di attraversare l'errore, l'assenza, la ricerca e la trasformazione, fino alla nascita di una nuova visione dell'arte: l'Imperfezionismo.

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IMPERFEZIONISMO

La vulnerabilità delle cose


 

Il movimento artistico culturale definito “Imperfezionismo” creato e fondato dall’artista, performer Teorema Fornasari nasce da una esigenza di rappresentare e contestualizzare i tempi contemporanei in connubio con tutti i campi del sapere, tra arte, scienza, materie umanistiche, economiche e altro. Questa, che a ragione, si può definire, “corrente culturale”, si delinea, o meglio, tende e cerca di configurare tutte le varie tensioni e fermenti presenti nel contemporaneo e si pone quale intersezione tra le varie rappresentazioni artistiche del novecento e del nuovo secolo, è in sostanza, una etimologia dei tempi, una cosiddetta “classificazione epocale” nei svariati ambiti; nell’arte, passata e presente. Teorema arrivò a “inventare” tale movimento con la fatica della sua, oramai, quasi quarantennale attività, con un curriculum di mostre personali cospicuo, sia in Italia che nel mondo, condita da lunghe meditazioni silenti sulla vita come del suo stesso senso, trovando così una scintilla creativa che si può definire “ardita”, tradotta in una semplice intuizione decisa: l’essere umano è imperfetto; nascere è un atto evolutivo di imperfezione. Tale parola che dall’ etimo latino del prefisso “im”, indica privazione, mentre il prefisso “per” indica azione di andare in fondo, il verbo “facere” significa “fare”, riesce e tenta di configurare un senso escatologico significante esistenziale, deciso ma semplice; più l’uomo è consapevole della sua finitezza su questo pianeta e, soprattutto della sua imperfezione è più si avrà un mondo decisamente migliore ove, l’uomo, nella sua travagliata storia, riesce a vivere in pace con se ste stesso ed il suo prossimo. Ed è proprio, se vogliamo, da una chiave meramente analitica Freudiana, che l’uomo, scoprendo il suo se profondo, come il suo fragile manicheismo comportamentale sovente ambivalente, riesce, nel suo essere consapevole impreciso a sconfiggere la sua narcisistica “Odissea” antropocentrica, causa di sciagure continue. E allora, l’arte, la Poesia, con le sue arcinote muse Socratiche, come la Scienza non sono forse i mezzi educativi adeguati per arrivare ad una sana emancipazione collettiva utile?

Ma veniamo per appunto alla Storia dell’Arte: quale è l’opera che meglio può rappresentare il “concetto umano” di Imperfezionismo? Io direi, con certezza, la scultura di uno dei più grandi geni della Storia dell’arte: la ”Pietà Rondanini” di Michelangelo Buonarroti che quasi seicento anni fa arrivò a comprendere quanto enunciato da me in precedenza. Che cosa vuole significare tale opera se non la caducità esistenziale come l’impossibilità umana di arrivare alla compiutezza? E più la si cerca e più sfugge come una grande pietra scivolante, citando il mito di Sisifo. Tale opera vuole rappresentare il ”non finito” la precarietà dell’incompiuto. Nella giovinezza, il fiorentino natio di Caprese, scolpì “La Pietà” di San Pietro, raggiungendo precocemente una maturità artistica evidente con contorni scultorei ben definiti, ove la Bellezza si manifesta nel volto della madre soavemente più giovane rispetto al figlio e si fa emblema, nella storia dell’arte di Pulchritudo Perennis. Michelangelo, incominciò a scolpire la “Rondanini” intorno al 1552, a 89 anni, al termine dei suoi giorni e, avendo raggiunto un concetto presunto di perfezione, la distrusse in parte temendo Dio. Le figure rappresentate evidenziano il tormento dei corpi imprigionati dalla materia che cercano di ascendere metamorfizzandosi in spirito. Le analisi, nel corso della storia dell’arte, trovarono nei critici, pareri discordanti ma, a mio modesto giudizio, rappresenta il tentativo umano riuscito di ascendere a livelli più elevati dell’essere. Il Buonarroti nel corso della sua carriera dopo essersi cimentato nei vari campi della scultura, pittura, della poesia come dell’architettura avendo raggiunto livelli elevatissimi espressivi desiderò lasciare un monito: l’umiltà dinanzi all’assoluto e l’assoluto per noi umani è imperfezione e forse, a mio parere, la vera astrazione pitto-scultorea nacque allora. E come non pensare a Giacomo Leopardi il quale nello Zibaldone affermava, nel suo pessimismo talvolta parossistico, pressa poco quanto segue, ovvero: l’esistere, per sua natura, ed essenza propria è un’imperfezione una mostruosa irregolarità. Oppure vale la pena inserire una considerazione di Nietzsche dal “Crepuscolo degli Idoli”:” ma per essere noi stessi, al di là del terrore e della compassione, l’eterno piacere del divenire, quel piacere che comprende in sé anche il piacere dell’annientamento”. Cosa dire del premio Nobel Eugenio Montale nelle celebri liriche degli Ossi di seppia: “Forse un mattino andando in un ‘aria di vetro”, il quale descrive: / vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle/ il vuoto dietro di me / con terrore da ubriaco”. Oppure nella lirica “Non chiederci la parola” /non domandarci la formula che mondo possa aprirti/ si qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti/ciò che non siamo/ciò che non vogliamo. In tali poesie vi è una semplice quanto mai complessa visione del reale e consapevolezza del limite delle cose. Vi sono altri svariati esempi di arte in un concetto “defettivo”, basti pensare al Cubismo di Pablo Picasso come al gesto catartico istintuale di Emilio Vedova e come non parlare di Piero Manzoni il quale creò un arte di rottura rispetto alla precedente. Io la definirei una “Promessa Arte” per le future generazioni di artisti. Per comprendere la società di oggi nei suoi dissidi, bisogna tornare indietro nella storia.

Già dal primo novecento gli artisti con l’avvento della fotografia e poi del cinema, avvertirono l’esigenza di esprimersi con mezzi ispirativi non più convenzionali. L’Impressionismo a tal proposito, fu un riflesso conseguente e si può definire una linea di demarcazione netta con l’arte precedente come si preannunciò con l’opera di Turner: “Tempesta di neve” del 1842 preambolo di quanto enunciato, per arrivare a Kandinskij fautore dell’astrattismo e Duchamp. Nell’ambito della critica d’arte occorre menzionare, per esempio, una rassegna tenutasi a Torino nel 1959 per opera del critico Michel Tapiè intitolata: “Nuova arte”, ove si palesò in maniera inequivocabile una chiara e precisa consapevole direzione dell’Arte informale quale consacrazione alla storia, denotando un deciso allontanamento dalla perfezione geometrica come dal disegno accademico. Vi figurarono nomi di spicco consacrati oggi alla storia dell’arte, quali Morlotti, Fontana, Burri, Accardi, Merz, Pollock, De Kooning, Klein, Francis, Tapies, Fautrie, Mathieu, Appel. Questa mostra fu, a mio avviso, l’affermazione di una nuova concezione artistica non più basata sui canoni estetici dei secoli precedenti; una “estetica bisbetica” e talvolta cromaticamente dissonante, si potrebbe affermare, che tuttavia costituisce una importante documentazione storico visiva e attualizzazione dei fermenti, delle ansie esistenziali mondiali di allora, dopo i tragici eventi bellici che influirono in maniera determinate sulla creatività degli artisti.


 


 

Questo progetto si sviluppa con la pubblicazione di una monografia biografia tendente a rappresentare le opere de Teorema per comprende le varie trasformazioni ed evoluzioni della Storia dell’arte soprattutto nell’astrazione. In tale libro figureranno le relazioni formulate ad Arte Genova 2026 da parte di esponenti della scienza come della fisica come della medicina ed economia, indirizzate a svelare le analisi contemporanee su questo tema. Tale movimento, pertanto, si propone quale contenitore di tutte le tensioni, etiche, sociali intuendo le varie difficoltà odierne; rappresentandole. L’imperfezionismo lo si può considerare a ragion veduta come coscienza e consapevolezza umana tradotta come conoscenza del soggettivo per arrivare ad una piena empatia delle cose circostanti, del difetto, comprendendo che la conoscenza di essere tali è la via stessa per una pienezza vitale salvifica e desiderio di miglioramento, identificando così la stessa fragilità umana, in una azione artistica anche primitiva ma resa autentica da una precisa visione esistenziale. L’uomo dalla venuta sulla Terra è un assioma carnale cellulare in continua evoluzione dentro una Chòra indefinita e infinita, ma l’essere umano non si ritiene tale, in un sovente deprecabile narcisismo cosmico. Ci si rende conto, troppo spesso, dell’inesorabile caducità delle cose come dello stesso scandire temporale imprevedibile. Vi è pertanto, una esigenza di porsi quale movimento rivoluzionario rispetto ai meccanismi attuali dell’arte, in una ricerca di un linguaggio artistico rinnovato, agendo nel profondo del concettuale e, comprendendo che oggi, purtroppo, come enunciato dalla Fornasari: la “confezione d’artista” vale più del contenuto. In definitiva una nuova filologia di comprendere e interpretare l’arte in una visione anche Beyeusiana, tendente a dipanare l’opacità contemporanea per avere una visione nitida del reale. Quel reale che appartiene a tutto a noi, ai giovani, togliendo contenuto retorici. Tale pubblicazione, pertanto, intende costituire un valido contributo propedeutico di studio per gli studenti delle Accademie come per gli storici dell’arte; collezionisti, artisti in genere come per le future generazioni di pittori. Teorema Fornasari arrivò e sviluppò le sue idee su questo movimento intraprendendo anni addietro, come già descritto, un percorso esperienziale di vita in una scelta decisa di arte astratta rinnovata, e di performance, ove ella si fa rappresentazione visiva, in taluni risvolti, della sofferenza come della ilarità suadente, comprendendo un tempo asimmetrico nella visione delle cose, mentre nei suoi quadri si estrinseca una dichiarata inclinazione riassuntiva dell’informale espressionista che lascia ampi spazi all’immaginazione del fruitore. In tale libro l’artista, natia di Verona, racconta i vari passi della sua vita, la mimesi dell’antagonismo ericlateo esistenziale: le fatiche, le emozioni, la gioia, il dolore, le cadute e le risalite, quindi: il buio e poi la luce, la crisi, la bellezza della creatività, la solitudine, la fragile difficoltà negli eventi e, in ultima analisi, l’arte come ancora galattica salvifica. Vorrei terminare, tale mia prefazione, citando uno dei più grandi Poeti della Storia della Letteratura di tutti i tempi: Dante Alighieri, con una frase presa dal Paradiso della Divina Commedia, Canto XXIII verso 102 che riguarda l’Imperfezionismo: “ A quella luce cotal si diventa, che volgersi da lei per altro aspetto e impossibil che mai si consenta; però che il ben, ch’è del volere obietto, tutto s’accoglie di lei; e fuor di quella è “defettivo”: IMPERFETTO, ciò che lì perfetto.

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Roberto Garbarino

L’Imperfezionismo rappresenta la sintesi di una ricerca artistica maturata attraverso differenti forme, materiali e dispositivi di visione. La ferita, la distanza, il corpo, la resa, il nero, l’oro e il cerchio, inizialmente esperienze e nuclei distinti della ricerca, convergono progressivamente in un’unica traiettoria. Il movimento emerge nel momento in cui esperienza esistenziale e pratica artistica cessano di essere percepite come dimensioni separate. Ciò che viene vissuto e ciò che v iene creato acquisiscono lo stesso nome: Imperfezionismo. Non nasce quindi come teoria estetica elaborata a priori, ma come necessità maturata all’interno della ricerca. La sua formulazione teorica arriva successivamente, dando struttura a una consapevolezza già presente nell’esperienza. L’Imperfezionismo assume l’imperfezione non come mancanza da correggere, ma come condizione attraverso la quale l’esistenza può continuare a trasformarsi. Il limite non v iene negato né idealizzato: viene riconosciuto, attraversato e trasformato in possibilità. In questa prospettiva, l’imperfezione non coincide con la rassegnazione. È un atto di trasformazione e di sopravvivenza, una possibilità di mantenere la propria individualità senza aderire ai processi di omologazione che tendono a uniformare l’esperienza.L’Imperfezionismo non si propone come una nuova estetica dell’errore. La sua ricerca si fonda piuttosto su una etica della verità, nella quale la forma dell’opera diventa conseguenza di una precisa posizione nei confronti dell’esistenza. La crepa non viene considerata un difetto da nascondere, ma una soglia. L’irregolarità non viene interpretata come deviazione dalla norma, ma come traccia della singolarità. Il limite non viene assunto come punto conclusivo, ma come possibilità formale e generativa. Da questa prospettiva si produce una distinzione fondamentale: la perfezione appartiene al controllo, mentre l’imperfezione appartiene alla vita. La perfezione tende alla chiusura, alla stabilità, alla ripetibilità; l’imperfezione conserva invece il carattere contingente dell’esperienza, la possibilità della trasformazione e la presenza del gesto. L’Imperfezionismo assume quindi l’incompiutezza non come insufficienza, ma come condizione strutturale del divenire.

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LA CREPA COME LINGUAGGIO All’interno della ricerca, la crepa compie progressivamente una trasformazione di significato. In una prima fase viene cercata, osservata, attraversata. Successivamente viene resa visibile. Infine cessa di essere semplicemente ciò che l’opera rappresenta e diventa linguaggio dell’opera stessa. L’Imperfezionismo si sviluppa così a partire dalla consapevolezza che ciò che per anni era stato percepito come limite può diventare precisamente il luogo dal quale costruire una forma. La crepa diventa passaggio. L’irregolarità diventa firma. Il limite diventa forma. L’opera non cancella dunque le tracce del proprio processo, ma permette che esse rimangano leggibili come testimonianza dell’esperienza che l’ha generata.

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L’ACCETTAZIONE COME ATTO DI TRASFORMAZIONE Uno dei nuclei fondamentali dell’Imperfezionismo è l’accettazione. Non un’accettazione passiva della propria condizione, ma la capacità di riconoscere i propri limiti e trasformarli in forza vitale. In questo senso l’Imperfezionismo non invita a migliorarsi per conformarsi a un modello di perfezione necessario all’accettazione sociale. Propone un movimento inverso: accettarsi come condizione per poter esistere nella propria autenticità. L’autenticità, tuttavia, non è una posizione priva di rischio. Esporsi significa rinunciare alla protezione della maschera, accettare la propria vulnerabilità e riconoscere che proprio ciò che espone può diventare il luogo della propria identità.

 

L’ARTISTA ESTRANEO L’Imperfezionismo eredita dalla ricerca precedente una modalità fondamentale dello sguardo: la possibilità di rendersi estranei al proprio tempo per poterlo osservare. L’estraneità non è fuga. È distanza critica. L’artista si sottrae temporaneamente ai codici dominanti per poterli interrogare e mettere in discussione. Non cerca necessariamente un luogo alternativo nel quale rifugiarsi, ma una posizione dalla quale osservare ciò che accade. Questa condizione permette all’artista di interrogare una contemporaneità nella quale l’uniformazione, la replicazione e la ricerca della perfezione tendono progressivamente a ridurre lo spazio della singolarità. L’opera diventa così uno strumento di interrogazione del presente.

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​PER CHI NON TROVA POSTO L’Imperfezionismo assume anche una dimensione antropologica. Si rivolge a coloro che non trovano posto nei modelli dominanti, a chi non riesce o non vuole indossare maschere di forza, a chi percepisce il mondo con particolare intensità, a chi sente troppo, a chi vede troppo. La fragilità non viene considerata una condizione da occultare per poter appartenere. Diventa invece una dimensione dell’esperienza che può essere riconosciuta e resa visibile. In questa prospettiva l’Imperfezionismo non costruisce un modello umano alternativo al quale adeguarsi: apre uno spazio nel quale la differenza possa esistere senza dover essere corretta. L’IMPERFEZIONE COME CONDIZIONE DELL’UMANO Il Manifesto dell’Imperfezionismo porta questa ricerca su un piano ontologico. L’imperfezione non viene considerata un accidente dell’essere, ma una sua condizione strutturale. Ciò che è completamente compiuto è chiuso; ciò che è chiuso non può più trasformarsi. L’incompiutezza conserva invece il divenire. Da qui deriva una delle affermazioni fondamentali del movimento: solo ciò che può trasformarsi rimane vivo. L’Imperfezionismo si configura quindi come un pensiero dell’incompiuto, nel quale la fragilità, l’errore e la contingenza non vengono espulsi dall’esperienza per ottenere una forma più perfetta, ma riconosciuti come elementi costitutivi della realtà.

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L’ERRORE COME TRACCIA In una contemporaneità orientata verso la replicabilità e la generazione automatica, l’errore assume un nuovo significato. Non è semplicemente una deviazione dalla norma. È una traccia dell’esperienza. Il gesto, il tremore, la contingenza e la situazione specifica rendono l’errore irripetibile. In esso rimane qualcosa che appartiene al momento nel quale l’opera è stata generata. L’Imperfezionismo riconosce quindi nell’errore una forma di testimonianza. Non perché ogni errore debba essere celebrato, ma perché l’eliminazione sistematica di ogni deviazione può cancellare proprio ciò che rende un’esperienza singolare. Il Manifesto formula questa posizione come “errore come evento ontologico”: l’errore diventa una traccia dell’irriducibilità del vivente al modello. VITA E OPERA Da questa concezione deriva la necessità di una coerenza tra esistenza e pratica artistica. L’opera non viene considerata separabile dalla posizione di chi la produce. L’estetica, se non entra in rapporto con l’etica, rischia di ridursi a superficie. Per l’Imperfezionismo la ricerca artistica non coincide quindi con la produzione di oggetti, ma con una presa di posizione che coinvolge contemporaneamente linguaggio, materia, comportamento e visione. L’artista non è soltanto colui che realizza un’opera. È colui che assume la responsabilità delle condizioni attraverso le quali quell’opera prende forma.

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DALLA RICERCA ALLA LINGUA L’Imperfezionismo rappresenta dunque un passaggio ulteriore nella ricerca di Teorema Fornasari. Ciò che era stato inizialmente attraversato come esperienza viene progressivamente riconosciuto come linguaggio. La ferita non è più soltanto una memoria. La distanza non è più soltanto uno strumento di osservazione. Il corpo non è più soltanto un dispositivo. La resa non è rinuncia. Il nero, l’oro e il cerchio non sono semplicemente elementi formali. Entrano in una struttura più ampia nella quale esperienza, materia, visione e pensiero convergono. L’Imperfezionismo diventa così la lingua attraverso cui la ricerca riconosce sé stessa.

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L’UNIVERSO NON È ALTROVE La traiettoria dell’Imperfezionismo non abbandona il concetto di universo sviluppato nelle fasi precedenti della ricerca, ma ne modifica nuovamente la posizione. L’universo non è più necessariamente un altrove da raggiungere. Non è soltanto uno spazio di relazione. Può diventare lo spazio che si apre quando la fragilità non deve più essere nascosta. In questo passaggio l’altrove viene riportato dentro l’esperienza umana. L’universo diventa possibilità. Possibilità di non aderire a un modello unico. Possibilità di restare differenti. Possibilità di esistere senza cancellare ciò che rende vulnerabili.

 

IMPERFEZIONISMO L’Imperfezionismo non propone dunque un modo di rappresentare l’imperfezione. Propone una diversa posizione nei confronti dell’esistenza. Assume l’incompletezza come apertura, il limite come forma, l’errore come traccia, la fragilità come possibilità e l’autenticità come responsabilità. Non chiede all’essere umano di diventare perfetto per poter esistere. Riconosce nell’imperfezione ciò che mantiene aperta la possibilità di trasformarsi. E proprio perché ciò che è incompiuto può ancora divenire, l’Imperfezionismo individua nell’incompletezza non la fine di una forma, ma la possibilità che la forma continui a vivere.

LA RISOLUZIONE DEL TEOREMA — IMPERFEZIONISMO

L’Imperfezionismo rappresenta oggi la sintesi di una ricerca che attraversa oltre trent’anni di lavoro e che, nel tempo, ha progressivamente superato i confini della sola pratica artistica. Il movimento nasce da una costola della ricerca Alien Sense, sviluppata a partire dal 2001, quando l’esplorazione dell’alterità e dello sguardo conduce progressivamente verso una riflessione più ampia sulla condizione umana, sulla percezione, sull’identità e sul rapporto tra individuo e contemporaneità. L’Imperfezionismo viene quindi formalizzato come movimento e presentato ufficialmente nel 2016, con il sostegno e l’appoggio del critico d’arte Alberto Moioli. Da quel momento la ricerca si amplia ulteriormente, superando i confini della pratica artistica e aprendosi al confronto con differenti ambiti del sapere. L’Imperfezionismo coinvolge infatti professionisti e studiosi provenienti da discipline diverse, accademiche e non, creando un dialogo tra arte e altri campi della conoscenza: dalla fisica alla medicina, dalla psicologia all’economia, dall’architettura alla sociologia, dalla fotografia ad altri ambiti di ricerca. Da questo percorso nasce La risoluzione del Teorema — Imperfezionismo, monografia dedicata alla ricerca e al movimento, che raccoglie il percorso artistico di Teorema Fornasari, il Manifesto dell’Imperfezionismo e i contributi delle diverse professionalità coinvolte. Il libro nasce quindi come documentazione e apertura della ricerca, non soltanto come racconto di un percorso artistico, ma come luogo di confronto interdisciplinare attorno alle questioni poste dall’Imperfezionismo: l’imperfezione, il limite, l’identità, la trasformazione, l’esperienza incarnata e la condizione dell’umano nel presente. La risoluzione del Teorema — Imperfezionismo diventa così la restituzione di una ricerca artistica che, partendo dall’opera, si è progressivamente aperta al pensiero e al confronto con altri saperi.

Teorema Fornasari

Nasce l’Imperfezionismo-Fondatrice Teorema Fornasari

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14.02.2026

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