NELL’IMPERFEZIONE DI GIÀ LA PERFEZIONE
per la ricerca di Teorema Fornasari
StanisÅ‚aw Lem, autore del classico di fantascienza Solaris (libro del 1961), prese distanza dall’adattamento cinematografico di quel suo testo riportato in pellicola da Andrej Tarkovskij nel 1972, infatti Lem sosteneva di aver scritto una storia su un’intelligenza aliena: “Una sorta di oceano senziente su un esopianeta che confondeva e trascendeva la comprensione umana”, mentre Tarkovskij, concentrandosi su un’altra esperienza altrettanto elevata – quella del dolore – filmicamente ci regalò una delle più grandi storie d'amore del cinema, incentrata su uno psicologo, membro dell’equipaggio di una stazione spaziale, perseguitato da una simulazione della sua defunta moglie, allo stesso tempo familiare e inconoscibile, fino al punto di abbracciare la coscienza cosmica, dominante l’universo, per sfidare i suoi fallimenti e quelli della società terrena e porre una possibile entità extraterrestre al centro del futuro dell’uomo.
Teorema Fornasari, quale artista visiva e performer, ha da sempre lavorato su questo, ponendo nella mente di un agente esterno la possibile risposta alla domanda del perché noi si esista quali portatori di “imperfezione” e di irrazionale violenza.
La contemporaneità artistica non ha mai distolto lo sguardo dal cielo. Dalle avanguardie storiche ai giorni nostri il cosmo è stato proposto come quadro di riferimento per numerose opere, accompagnando diverse interpretazioni della storia dell’arte. Se il significato metafisico della visione cosmica e il turbamento che essa provoca sono un dato antropologico, la storia della modernità, in arte e non solo, rivela che l’universo ha spesso svolto un ruolo ben più specifico, risultando anche quale veste… quale abito… che possiamo indossare.
L’utopismo dell’avanguardia, il desiderio di una modernità assoluta, di un’arte, di un mondo e di un uomo radicalmente nuovi, ma anche di superare ogni opposizione e ogni segregazione, richiedeva un luogo “che non fosse un luogo”, uno spazio sconosciuto e illimitato, così che solo il cosmo poteva rivendicare un ruolo simile, in quanto non-luogo via via divenuto l’orizzonte logico delle nostre più elevate chimere.
Come sappiamo, in arte le origini dell’astrazione sono molteplici. Il difficile abbandono della figurazione dovette essere giustificato da diverse narrazioni, oppure da forme concettuali contenenti in loro sia il significato sia il significante.
Sebbene non esista una genesi cosmica dell’astrazione, i riferimenti all’universo ne scandiscono l’emergere e i successivi sviluppi. Del resto la passione cromatica e il tropismo luminista accompagnarono la nascita dell’astrazione e diedero un ruolo essenziale al motivo solare e cosmico.
Così è stato ed è il percorso di Teorema Fornasari, la quale ha ricondotto il termine “desiderio” alla sua matrice originaria… dal latino desiderium, composto dalla preposizione de e dal sostantivo sidus, che significa stella, e ciò nei tempi antichi, in cui il desiderare era la condizione nella quale ci si trovava quando il cielo, di notte, era coperto, quindi privo di stelle, e gli aruspici, gli indovini, non potevano trarre gli auspici, generando un sentimento di mancanza, e l’attesa benefica del ritorno degli astri.
Quindi il giungere al bianco e al nero… alla luce, alla purezza, all’innocenza e alla rinascita contrapposte all’oscurità, al mistero, al vuoto, ma anche alla profondità, nonché al lutto… e di nuovo il bianco come chiarezza, ordine, sincerità, trasparenza, e il nero quale rappresentazione dell’autorità, quale indipendenza di pensiero, quale controllo rigoroso. Poi ecco l’oro, la sacralità, la divinità, la trascendenza, il potere, la regalità, l’immortalità, l’onore, la gloria, la vitalità… il sole.
Comunque il dire che accomuna tutte le parti, naturalmente, è “l’incontro umano”.
Per gli artisti volgere lo sguardo verso lo spazio e le questioni filosofiche sollevate dal nostro rapporto con esso può offrire un modo per confrontarsi con ciò che è – a volte, appunto, dolorosamente – vicino a noi: la tenace ricerca della connessione con i suoi piaceri, attriti e fallimenti; l’alienazione di individui e comunità all’interno di sistemi apparentemente decisi a renderli “altro”; la curiosità verso intelligenze diverse dalla nostra. Così che lo spazio struttura più delle nostre metafore: la vita sulla Terra è nata da processi cosmici e ne rimane influenzata in modi che vanno da quelli facilmente assimilabili – la nostra stella alimenta l'agricoltura – a quelli relativamente astrusi – la collisione di buchi neri, avvenuta miliardi di anni fa, si manifesta oggi sulla Terra come onde gravitazionali, il cui impatto sui nostri corpi lo potremmo rilevare se avessimo strumenti tecnologici molto più sofisticati.
Riflettendo sul funzionamento dell'arte in questo contesto, potremmo rivolgerci a un fenomeno cognitivo noto come “effetto prospettiva”, per cui gli astronauti, osservando la Terra da lontano, una volta ritornati riferiscono di aver provato un profondo senso di interconnessione. Sebbene ciò possa sembrare una fantasia, soprattutto considerando le basi violente di gran parte della tecnoscienza, vale la pena notare che tali cambiamenti di visione sono anche tra gli strumenti più potenti della pittura: un modo per vedere ciò che è familiare con occhi nuovi; o per vedere, ciò che è familiare, in generale, fino a giungere al suo totale fulgore.
L'astrofisico delle onde gravitazionali Maximiliano Isi, docente alla Columbia University di New York, che ha collaborato alla realizzazione di Dancing with Black Holes (2026) del ballerino e regista Peter Chu – una coreografia per danzatori che ruota attorno all'Orizzonte degli Eventi, ovvero il confine del Buco Nero da cui nulla può tornare – ha detto di essere rimasto colpito dalla facilità con cui i tersicorei trattavano lo spazio e il tempo, intrecciati fra loro, proprio come in astrofisica.
Anche nel fare di Teorema Fornasari teorie che possono sembrare controintuitive diventano assimilabili su scala umana, ad esempio quella data dalla forma dei colori che si muovono, appunto, attraverso lo spazio-tempo. Tali rappresentazioni possono, a loro volta, offrire un mezzo per metabolizzare la nostra esperienza creativa anche a fronte delle sue soglie più estreme: l’Orizzonte degli Eventi, ad esempio, del vivere una perdita oppure dell’innamorarsi.
In quest’ottica recenti mostre hanno visto artisti che, dopo aver partecipato a sperimentazioni nel campo delle scienze, hanno lavorato con un registro intimo, narrativo e persino romantico, per giungere a penetrare lo spazio cosmico, sempre in attesa di poter pervenire a contatto con una vita aliena… “una vita altra”.
Riguardo tali componenti, oltre all’esprimersi di Teorema Fornasari mi è giunto alla mente l’operare dell’artista USA Brittany Nelson, che da tempo sto seguendo, le opere della quale esplorano come le relazioni umane influenzino o si riflettano sulla nostra connessione con il cosmo, come poi sosteneva anche Roland Barthes.
Quali “attori dei teatri del profondo”, di pirandelliana memoria, le nostre modalità, seppure imperfette, accolgono il caos esistenziale in maniera produttiva, quindi con la complessa riflessione che l’indagare l’intimità implica o richiede, dando, momento dopo momento, sempre più consonanza, euritmia, accordo all’insieme che ci contiene e che conteniamo.
GIAN RUGGERO MANZONI
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L’Imperfezionismo rappresenta la sintesi di una ricerca artistica maturata attraverso differenti forme, materiali e dispositivi di visione. La ferita, la distanza, il corpo, la resa, il nero, l’oro e il cerchio, inizialmente esperienze e nuclei distinti della ricerca, convergono progressivamente in un’unica traiettoria. Il movimento emerge nel momento in cui esperienza esistenziale e pratica artistica cessano di essere percepite come dimensioni separate. Ciò che viene vissuto e ciò che v iene creato acquisiscono lo stesso nome: Imperfezionismo. Non nasce quindi come teoria estetica elaborata a priori, ma come necessità maturata all’interno della ricerca. La sua formulazione teorica arriva successivamente, dando struttura a una consapevolezza già presente nell’esperienza. L’Imperfezionismo assume l’imperfezione non come mancanza da correggere, ma come condizione attraverso la quale l’esistenza può continuare a trasformarsi. Il limite non v iene negato né idealizzato: viene riconosciuto, attraversato e trasformato in possibilità. In questa prospettiva, l’imperfezione non coincide con la rassegnazione. È un atto di trasformazione e di sopravvivenza, una possibilità di mantenere la propria individualità senza aderire ai processi di omologazione che tendono a uniformare l’esperienza.L’Imperfezionismo non si propone come una nuova estetica dell’errore. La sua ricerca si fonda piuttosto su una etica della verità, nella quale la forma dell’opera diventa conseguenza di una precisa posizione nei confronti dell’esistenza. La crepa non viene considerata un difetto da nascondere, ma una soglia. L’irregolarità non viene interpretata come deviazione dalla norma, ma come traccia della singolarità. Il limite non viene assunto come punto conclusivo, ma come possibilità formale e generativa. Da questa prospettiva si produce una distinzione fondamentale: la perfezione appartiene al controllo, mentre l’imperfezione appartiene alla vita. La perfezione tende alla chiusura, alla stabilità, alla ripetibilità; l’imperfezione conserva invece il carattere contingente dell’esperienza, la possibilità della trasformazione e la presenza del gesto. L’Imperfezionismo assume quindi l’incompiutezza non come insufficienza, ma come condizione strutturale del divenire.
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LA CREPA COME LINGUAGGIO All’interno della ricerca, la crepa compie progressivamente una trasformazione di significato. In una prima fase viene cercata, osservata, attraversata. Successivamente viene resa visibile. Infine cessa di essere semplicemente ciò che l’opera rappresenta e diventa linguaggio dell’opera stessa. L’Imperfezionismo si sviluppa così a partire dalla consapevolezza che ciò che per anni era stato percepito come limite può diventare precisamente il luogo dal quale costruire una forma. La crepa diventa passaggio. L’irregolarità diventa firma. Il limite diventa forma. L’opera non cancella dunque le tracce del proprio processo, ma permette che esse rimangano leggibili come testimonianza dell’esperienza che l’ha generata.
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L’ACCETTAZIONE COME ATTO DI TRASFORMAZIONE Uno dei nuclei fondamentali dell’Imperfezionismo è l’accettazione. Non un’accettazione passiva della propria condizione, ma la capacità di riconoscere i propri limiti e trasformarli in forza vitale. In questo senso l’Imperfezionismo non invita a migliorarsi per conformarsi a un modello di perfezione necessario all’accettazione sociale. Propone un movimento inverso: accettarsi come condizione per poter esistere nella propria autenticità. L’autenticità, tuttavia, non è una posizione priva di rischio. Esporsi significa rinunciare alla protezione della maschera, accettare la propria vulnerabilità e riconoscere che proprio ciò che espone può diventare il luogo della propria identità.
L’ARTISTA ESTRANEO L’Imperfezionismo eredita dalla ricerca precedente una modalità fondamentale dello sguardo: la possibilità di rendersi estranei al proprio tempo per poterlo osservare. L’estraneità non è fuga. È distanza critica. L’artista si sottrae temporaneamente ai codici dominanti per poterli interrogare e mettere in discussione. Non cerca necessariamente un luogo alternativo nel quale rifugiarsi, ma una posizione dalla quale osservare ciò che accade. Questa condizione permette all’artista di interrogare una contemporaneità nella quale l’uniformazione, la replicazione e la ricerca della perfezione tendono progressivamente a ridurre lo spazio della singolarità. L’opera diventa così uno strumento di interrogazione del presente.
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​PER CHI NON TROVA POSTO L’Imperfezionismo assume anche una dimensione antropologica. Si rivolge a coloro che non trovano posto nei modelli dominanti, a chi non riesce o non vuole indossare maschere di forza, a chi percepisce il mondo con particolare intensità, a chi sente troppo, a chi vede troppo. La fragilità non viene considerata una condizione da occultare per poter appartenere. Diventa invece una dimensione dell’esperienza che può essere riconosciuta e resa visibile. In questa prospettiva l’Imperfezionismo non costruisce un modello umano alternativo al quale adeguarsi: apre uno spazio nel quale la differenza possa esistere senza dover essere corretta. L’IMPERFEZIONE COME CONDIZIONE DELL’UMANO Il Manifesto dell’Imperfezionismo porta questa ricerca su un piano ontologico. L’imperfezione non viene considerata un accidente dell’essere, ma una sua condizione strutturale. Ciò che è completamente compiuto è chiuso; ciò che è chiuso non può più trasformarsi. L’incompiutezza conserva invece il divenire. Da qui deriva una delle affermazioni fondamentali del movimento: solo ciò che può trasformarsi rimane vivo. L’Imperfezionismo si configura quindi come un pensiero dell’incompiuto, nel quale la fragilità, l’errore e la contingenza non vengono espulsi dall’esperienza per ottenere una forma più perfetta, ma riconosciuti come elementi costitutivi della realtà.
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L’ERRORE COME TRACCIA In una contemporaneità orientata verso la replicabilità e la generazione automatica, l’errore assume un nuovo significato. Non è semplicemente una deviazione dalla norma. È una traccia dell’esperienza. Il gesto, il tremore, la contingenza e la situazione specifica rendono l’errore irripetibile. In esso rimane qualcosa che appartiene al momento nel quale l’opera è stata generata. L’Imperfezionismo riconosce quindi nell’errore una forma di testimonianza. Non perché ogni errore debba essere celebrato, ma perché l’eliminazione sistematica di ogni deviazione può cancellare proprio ciò che rende un’esperienza singolare. Il Manifesto formula questa posizione come “errore come evento ontologico”: l’errore diventa una traccia dell’irriducibilità del vivente al modello. VITA E OPERA Da questa concezione deriva la necessità di una coerenza tra esistenza e pratica artistica. L’opera non viene considerata separabile dalla posizione di chi la produce. L’estetica, se non entra in rapporto con l’etica, rischia di ridursi a superficie. Per l’Imperfezionismo la ricerca artistica non coincide quindi con la produzione di oggetti, ma con una presa di posizione che coinvolge contemporaneamente linguaggio, materia, comportamento e visione. L’artista non è soltanto colui che realizza un’opera. È colui che assume la responsabilità delle condizioni attraverso le quali quell’opera prende forma.
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DALLA RICERCA ALLA LINGUA L’Imperfezionismo rappresenta dunque un passaggio ulteriore nella ricerca di Teorema Fornasari. Ciò che era stato inizialmente attraversato come esperienza viene progressivamente riconosciuto come linguaggio. La ferita non è più soltanto una memoria. La distanza non è più soltanto uno strumento di osservazione. Il corpo non è più soltanto un dispositivo. La resa non è rinuncia. Il nero, l’oro e il cerchio non sono semplicemente elementi formali. Entrano in una struttura più ampia nella quale esperienza, materia, visione e pensiero convergono. L’Imperfezionismo diventa così la lingua attraverso cui la ricerca riconosce sé stessa.
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L’UNIVERSO NON È ALTROVE La traiettoria dell’Imperfezionismo non abbandona il concetto di universo sviluppato nelle fasi precedenti della ricerca, ma ne modifica nuovamente la posizione. L’universo non è più necessariamente un altrove da raggiungere. Non è soltanto uno spazio di relazione. Può diventare lo spazio che si apre quando la fragilità non deve più essere nascosta. In questo passaggio l’altrove viene riportato dentro l’esperienza umana. L’universo diventa possibilità. Possibilità di non aderire a un modello unico. Possibilità di restare differenti. Possibilità di esistere senza cancellare ciò che rende vulnerabili.
IMPERFEZIONISMO L’Imperfezionismo non propone dunque un modo di rappresentare l’imperfezione. Propone una diversa posizione nei confronti dell’esistenza. Assume l’incompletezza come apertura, il limite come forma, l’errore come traccia, la fragilità come possibilità e l’autenticità come responsabilità. Non chiede all’essere umano di diventare perfetto per poter esistere. Riconosce nell’imperfezione ciò che mantiene aperta la possibilità di trasformarsi. E proprio perché ciò che è incompiuto può ancora divenire, l’Imperfezionismo individua nell’incompletezza non la fine di una forma, ma la possibilità che la forma continui a vivere.
LA RISOLUZIONE DEL TEOREMA — IMPERFEZIONISMO
L’Imperfezionismo rappresenta oggi la sintesi di una ricerca che attraversa oltre trent’anni di lavoro e che, nel tempo, ha progressivamente superato i confini della sola pratica artistica. Il movimento nasce da una costola della ricerca Alien Sense, sviluppata a partire dal 2001, quando l’esplorazione dell’alterità e dello sguardo conduce progressivamente verso una riflessione più ampia sulla condizione umana, sulla percezione, sull’identità e sul rapporto tra individuo e contemporaneità. L’Imperfezionismo viene quindi formalizzato come movimento e presentato ufficialmente nel 2016, con il sostegno e l’appoggio del critico d’arte Alberto Moioli. Da quel momento la ricerca si amplia ulteriormente, superando i confini della pratica artistica e aprendosi al confronto con differenti ambiti del sapere. L’Imperfezionismo coinvolge infatti professionisti e studiosi provenienti da discipline diverse, accademiche e non, creando un dialogo tra arte e altri campi della conoscenza: dalla fisica alla medicina, dalla psicologia all’economia, dall’architettura alla sociologia, dalla fotografia ad altri ambiti di ricerca. Da questo percorso nasce La risoluzione del Teorema — Imperfezionismo, monografia dedicata alla ricerca e al movimento, che raccoglie il percorso artistico di Teorema Fornasari, il Manifesto dell’Imperfezionismo e i contributi delle diverse professionalità coinvolte. Il libro nasce quindi come documentazione e apertura della ricerca, non soltanto come racconto di un percorso artistico, ma come luogo di confronto interdisciplinare attorno alle questioni poste dall’Imperfezionismo: l’imperfezione, il limite, l’identità, la trasformazione, l’esperienza incarnata e la condizione dell’umano nel presente. La risoluzione del Teorema — Imperfezionismo diventa così la restituzione di una ricerca artistica che, partendo dall’opera, si è progressivamente aperta al pensiero e al confronto con altri saperi.
Teorema Fornasari
Nasce l’Imperfezionismo-Fondatrice Teorema Fornasari
il qui ed ora-
Hic et nunc

14.02.2026
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